L’ultima parola

Ha ragione l’avvocato Tettamanti quando considera che un eventuale rifiuto dell’iniziativa per l’autodeterminazione contribuirebbe a indebolire la formula democratica che ci ha dato 170 anni di partecipazione popolare di successo, premessa di quella sicurezza e di quel benessere di cui abbiamo fin qui goduto. Ha ragione nel dire che in Svizzera una corrente di pensiero, specie tra le élite politico-burocratiche e tra gli ambienti intellettuali, manifesta sempre più insofferenza nei confronti della democrazia diretta. La democrazia diretta, per sua stessa natura, è difficilmente pilotabile perché ripartisce il potere su tutta la popolazione e tra i Cantoni. Questa insofferenza l’ho verificata di persona a Berna, sia all’interno che all’esterno di Palazzo federale. Se osi ritenere le decisioni popolari come vincolanti e non le consideri come dei semplici auspici, se chiedi che il responso delle urne sia rispettato, allora, questa “classe politique” ti considera un cieco sovranista o un pericoloso populista. Chi vorrebbe esercitare il potere senza fare i conti con le cittadine e i cittadini svizzeri ha momentaneamente desistito, almeno apertamente, dal convincerci ad aderire all’Unione europea, sebbene questo resti il vero obiettivo finale. Si concentrano su altri obiettivi parziali, in primis l’accordo quadro con l’UE con ripresa dinamica del diritto internazionale, il miliardo di coesione e il Patto per le migrazioni dell’ONU. La limitazione del sovrano svizzero, o per meglio dire il suo ammaestramento, passa dal corsetto del diritto internazionale e dall’assoggettamento a organizzazioni e giudici stranieri. Una nuova forma di subordinazione che non tiene conto dello straordinario patrimonio di ricchezza democratica su cui può contare il nostro Paese che vanta una delle rare Costituzioni viventi, plasmabile grazie alla maggioranza di Popolo e Cantoni. Imbrigliarla all’interno di una cornice internazionalista rigida e immutabile equivarrebbe a mettere sotto tutela l’effetto delle decisioni delle cittadine e dei cittadini svizzeri. E questo sia che si tratti di iniziative popolari provenienti dalla destra, dal centro o dalla sinistra. L’autodeterminazione non ha colore politico e il Sovrano, quando è chiamato ad esprimersi, deve essere ascoltato e non certo zittito. Il 25 novembre decideremo chi deve avere l’ultima parola. Nessun Paese al mondo antepone il diritto internazionale alla sua Costituzione, ma le caste si stanno impegnando allo spasimo per far sì che la Svizzera sia il primo. Dipingono il diavolo su tutti i muri e minacciano scenari economici apocalittici – tra l’altro ben poco originali per chi ha già vissuto nel 1992 la campagna per l’adesione allo Spazio economico europeo – e lo smantellamento dei diritti umani, come se la nostra Costituzione e la nostra storia non testimoniassero l’attaccamento a questi valori. Considerare il Popolo svizzero alla stessa stregua di un adolescente capriccioso, volubile e inaffidabile, pronto a modificare la Costituzione federale a ogni soffio di vento populista, non rende onore agli autoproclamatisi avversari della democrazia diretta e dell’autodeterminazione. In mezzo a questo mare di leguleismo e mistificazione credo sia necessario ritornare alle questioni semplici e alle domande di base: chi deve aver l’ultima parola nel nostro Paese? Chi vogliamo riconoscere come Sovrano? Se non poniamo la nostra Costituzione al di sopra del diritto internazionale, cosa che avveniva fino al 2012, come richiede l’iniziativa per l’autodeterminazione, dovremmo abituarci a che la nostra parola valga meno di quella dei giudici e delle organizzazioni straniere. E a che le decisioni democratiche della maggioranza di Popolo e Cantoni rimangano lettera morta in caso di tensione con il diritto internazionale. Il 25 novembre dobbiamo sapere che perdendo il diritto di decidere e quello di vedere applicate le nostre decisioni, perderemo tutti i diritti di cittadine e cittadini svizzeri liberi e indipendenti.

Marco Chiesa, vicepresidente UDC Svizzera