Il disarmo dei cittadini onesti di un Paese democratico

La direttiva sulle armi che si vorrebbe imporre anche in Svizzera è stata spacciata come «la» ricetta per combattere il pericolo del terrorismo nel nostro continente. Ma che il recepimento di questa direttiva dettata dall’Unione europea, sotto lo strumentale e poco plausibile ricatto di essere esclusi dallo spazio Schengen, si riveli completamente inutile, non è una congettura ma una certezza. Ne è perfettamente cosciente anche la Conferenza dei comandanti cantonali di polizia della Svizzera che ha confermato che queste disposizioni non aumenteranno la sicurezza nel nostro Paese. Persino i portavoce del PLR e del PPD, in Parlamento, hanno messo in dubbio l’utilità della nuova legge per la lotta al terrorismo. Tanta onestà non è stata però accompagnata da tanto coraggio. Alcuni partiti ruggiscono in aula a Berna, in televisione o sui giornali ma miagolano quando il gioco si fa duro e ci si confronta con Bruxelles. Insomma questa normativa è un buco nell’acqua perché nessuno è tanto ingenuo da credere che il terrorismo, che tutti noi vogliamo estirpare, si rifornisca di armi da onesti cittadini svizzeri appassionati di tiro o da cacciatori, amanti dell’arte venatoria. Se si aprissero gli occhi su questa evidenza lampante allora le intenzioni alla base della direttiva UE diverrebbero immediatamente chiare. Non stiamo parlando né di lotta al terrorismo né di prevenzione degli abusi, bensì di un divieto di detenzione di armi da parte di privati. I favorevoli obiettano, senza troppa convinzione per la verità, che i cambiamenti da attuare siano più che digeribili e che nulla o poco varierà per i detentori di armi da fuoco, per gli appassionati e per i cacciatori. Non condivido questa lettura. In primo luogo perché non è oggettiva. Per i proprietari di armi rispettosi delle leggi entrerebbero in vigore inasprimenti incisivi, e questo in due tappe, una nel 2019 e l’altra nel 2020. Mentre per terroristi e altri criminali tutto resterebbe come prima. Imporre a centinaia di migliaia di proprietari di armi costi supplementari e limitazioni della libertà senza un qualsivoglia motivo non fa parte del modo di pensare e delle tradizioni svizzere. Mi domando fino a quando le minacce europee avranno la meglio in votazione popolare. La discussione attorno al diritto delle armi non è che un antipasto di ciò che ci aspetta con l’accordo istituzionale. La direttiva dell’UE sulle armi prevede infatti un meccanismo di controllo e valutazione inserito nell’articolo 17 che sdogana un successivo inasprimento automatico. Si tratta dunque di una ripresa dinamica nel tempo di tutte le regole dettate dai capricci e dalle volontà europee proprio come l’accordo coloniale che sta facendo discutere tutta la Svizzera. In altre parole, per ritornare al tema, ogni cinque anni la restrizione del diritto alla detenzione di armi da applicare a dei cittadini ligi alla legge dovrà essere sottoposta a un controllo dell’adeguatezza delle relative disposizioni e corredata, all’occorrenza, da proposte legislative d’inasprimento. Riassumendo, a scadenza possiamo attenderci delle modifiche che limitino passo dopo passo le nostre libertà. E per affermare questo con convinzione non bisogna certo essere troppo maliziosi. O dipingere il diavolo sui muri. È sufficiente saper leggere la strategia del presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker. Senza arrossire egli ha confermato a chiare lettere che l’attuale direttiva è semplicemente una «pietra miliare». Da qui si inizia. E lui sa dove vuol finire. Il suo obiettivo, e quello della Commissione, è quello di disarmare i privati cittadini. Al contrario di questa costruzione tecnocratica europea con alla propria testa un gruppo ristretto di Commissari elitari, concepisco e difendo un Paese libero, democratico, indipendente e sovrano. Il prossimo 19 maggio voterò dunque no alla direttiva sulle armi come ho d’altronde fatto in parlamento assieme a tutto il gruppo UDC, il solo ad essersi coerentemente schierato contro queste arroganti e inefficaci imposizioni.

Marco Chiesa, Vicepresidente UDC Svizzera